Dove ho vissuto: Mauritius -prima puntata
Port Louis, 21 novembre 2015, poco prima delle nove di sera. Il caldo del giorno si è appena allentato — quel momento preciso in cui l'aria smette di pesare e torna respirabile. Pettorale numero 89 appuntato sulla maglia gialla fluo, pollici in su per la foto di rito prima del via. Intorno a me, altri corpi che aspettano lo sparo: al Port Louis Running by Night, la capitale mauriziana si correva così, di notte, quando il sole smetteva finalmente di comandare.
(Nota per chi legge: quella gara, con quel nome, non esiste più oggi — ma non si è mai davvero fermata. È diventata negli anni il "City Urban Night Trail", che ancora oggi attraversa le vie di Port Louis dopo il tramonto. Cambia il nome, resta l'istinto: la città che si riprende quando il caldo si placa.)
Correvo di notte non per dimagrire, né per spuntare una sfida da una lista. Correvo perché a Mauritius è il clima stesso a chiedertelo: il giorno è del sole e del silenzio, la sera è viva ed è tutta tua.
Dove ho vissuto — Mauritius: la mia prima esperienza di vita da residente all'estero
Quelle gare mi hanno insegnato qualcosa che ho portato con me in ogni paese dopo Mauritius.
Il nostro corpo, quando siamo resilienti, si adatta al ritmo del posto in cui vive, e guida la testa.
Io, italiana di orari e scadenze, avevo imparato a fare agonismo la notte. E la sera, a Mauritius, cominciava con il mare.
Quella foto, con il pettorale numero 89, è ancora oggi uno dei miei ricordi più vivi di quegli anni — il caldo appena calato, l'adrenalina prima del via, la sensazione di appartenere a un ritmo tutto mio.
E il pettorale è oggi conservato dove ho tutto il mio passato.
Il mare a casa
Abitavo a Flic en Flac, ridente località turistica sulla costa ovest — con l’obiettivo di diventare la meta patinata di oggi, ma già uno dei tratti di costa più belli dell'isola. E lì la parola "abitare vicino al mare" prende un significato che non è un weekend, non una settimana di ferie al cortisolo strappata al lavoro. Il mare disponibile, piatto e verde tutti i giorni, di fronte casa — parte della routine tanto quanto il caffè del mattino.
Io sono nata a Cagliari: mare trasparente e indimenticabile, raggiungibile dopo aver cercato parcheggio fuori del Lido. Ma vivere di fronte al mare raggiungibile con soli 20 passi, è una grande differenza. E col tempo ti cambia qualcosa dentro. Non vai al mare per staccare la spina — perché la spina, semplicemente, non è mai stata attaccata allo stesso modo di quando vivevi in città. È in quello stato — corpo abituato al ritmo giusto, giornate scandite dall'acqua e dal sole invece che dal traffico — che la sera diventava qualcos'altro: il momento in cui la vita sociale esplodeva, letteralmente.
Ed è proprio su quella lunghissima spiaggia, un giorno in cui non me lo aspettavo più, che è successo qualcosa che ancora oggi conto tra le cose più belle vissute a Mauritius. Ecco:
L'incontro sulla spiaggia: Ranini, Patrick e la Kickboxing Family
Cercavo da tempo a Mauritius, senza sosta, un posto dove continuare la mia attività di kickboxer — non lo trovavo, e stavo quasi per arrendermi. Poi, una mattina di sole cocente, proprio sulla spiaggia davanti a casa, vedo un gruppo di ragazzi che si allena all'ombra della pineta. Simpaticissimi, accoglienti fin dal primo scambio di parole, mi indicano i maestri: nasce così l'incontro con Ranini e Patrick Cundasamy, del Bambous Martial Arts – Kun Khmer e Muay Thai Mauritius.
Fu feeling immediato — una coppia felice, esperta, professionisti delle arti marziali. Nel giro di due settimane ci sentivamo già come i fratelli di sempre. E ci sentiamo ancora oggi, nonostante io da allora abbia vissuto in parti lontanissime del mondo: segno che certi legami, quando nascono veri, non hanno bisogno della vicinanza per restare vivi.
Oltre che in palestra, era frequente fare gli allenamenti direttamente in spiaggia, con un misto mare-sabbia — durissimo, sfiancante, tra corsa sul bagnasciuga e lavoro nell'acqua. Ne uscivamo stravolti, con due chili in meno ma con appagamento da vendere.
La delicatezza delle persone
Quella facilità con cui Ranini e Patrick Cundasawmy mi avevano fatta sentire di famiglia non era un caso isolato. È qualcosa che a Mauritius ho ritrovato ovunque, in ogni persona che ho incontrato: una delicatezza che in Italia non avevo mai conosciuto in questa forma.
Ti danno il cuore, e quando parlano ti guardano negli occhi sorridendo, come a dirti: tranquilla, ci penso io, andrà tutto bene. Parlano a voce bassa — bisbigliano quasi, nei ristoranti sembra che muovano solo le labbra. Alzare la voce, per loro, sarebbe un gesto di maleducazione: diverso dal tono in certi ristoranti in Italia o in Spagna, dove parlare forte è quasi il segno di allegria e condivisione.
Anche il loro modo di muoversi nella vita non è mai frenetico, non è la corsa milanese fatta di stress e abiti gessati. Loro pensano a dove mettere i piedi, un passo alla volta. E se racconti loro qualcosa — un problema, un bisogno, anche solo un pensiero — si mettono a disposizione subito, in automatico, senza calcolare cosa ci guadagnano.
Questa delicatezza è forse la cosa che, di Mauritius, mi manca di più oggi. Ed è anche la lente attraverso cui ho imparato a guardare tutte le serate passate allo Shotz, sul lungomare, e in ogni angolo dell'isola: non semplice cordialità turistica, ma un modo di stare al mondo.
L'esperienza con Ranini e Patrick è stata umana prima ancora che sportiva — ed è proprio quel tipo di legame, trovato per caso su una spiaggia, che rendeva le serate ancora più belle: perché allo Shotz, la sera, spesso c'erano anche loro.
Shotz, e la lingua che smette di essere un pensiero tradotto
C'era un’immensa discoteca a due piani con ristorante all’aperto, a fianco a casa proprio sul lungomare di Flic en Flac, che per anni è stato il cuore delle nostre pazze serate: Shotz, su Oasis Boulevard, Coastal Road. Due bar affacciati su un cortile di palme, tavoli da biliardo, una pista da ballo che non si svuotava mai prima delle 6.00 del mattino. Esiste ancora oggi, e rimane uno dei punti fermi della vita notturna della costa ovest — segno che certi posti non passano di moda, ma sono parte dell'identità di un luogo.
Lì dentro la vita notturna aveva un carattere molto preciso: gruppi di amici — non solo locali mauriziani, ma soprattutto francesi e inglesi ma pochi italiani residenti come me — la cosa curiosa rispetto a tutte le altre parti del mondo è che i mauriziani parlano francese e inglese e li intercambiano nella stessa frase! Li studiano ambo da bambini, ed era la regola: anche io e tutti gli altri stranieri che sapevano il francese, passavamo da una lingua all'altra nella stessa serata, e a volte nella stessa frase, per esigenze di comunicazione, come fosse la cosa più normale del mondo. Io adoro il francese che ho studiato a scuola, e vi assicuro che la musicalità di quella lingua dal vivo mi manca tantissimo.
Non è stata una scelta metodica, un corso, uno sforzo.
Neanche me ne accorgevo: ho fatto tanta esperienza vivendo, ascoltando, ridendo con le persone giuste nei posti giusti — la lingua entrata dalla porta delle allegre serate, e non più solo da un libro.
È stata forse la prima volta che ho capito una regola che poi mi ha accompagnata in ogni paese successivo: una lingua si impara davvero solo quando smetti di tradurre e cominci a viverci dentro.
Il lungomare che non dorme mai
Quando la serata non finiva allo Shotz, o in qualche ristorante con musica e balli, finiva al Caudan Waterfront di Port Louis — il lungomare della capitale, nato nel 1996 per restituire vita al fronte del porto di Port Louis. Una passeggiata coperta da ombrelli colorati, boutique, il piccolo Blue Penny Museum per chi ama la storia, e soprattutto un susseguirsi di ristoranti e locali affacciati sull'acqua — cucina italiana, cucina internazionale, la marina sullo sfondo e le navi da carico che entravano ed uscivano dal porto proprio dietro ai tavoli dei ristoranti. Un contrasto che mi è sempre piaciuto molto: l'eleganza dei locali fianco a fianco con il lavoro vero del porto, nella stessa identica vista.
Il Caudan con l’annesso Mall che accoglie ristoranti rinomati, resta ancora oggi uno dei luoghi più vivi della capitale — vale la pena saperlo anche per chi sta pensando di trasferirsi lì: è uno dei pochi angoli di Port Louis dove, quando cala il sole, la città non si svuota ma si accende.
Era in mezzo a questo — corse notturne, mare a due passi, serate che cambiavano lingua senza preavviso — che la vita a Mauritius aveva smesso di sembrarmi una parentesi e aveva cominciato a sembrarmi, semplicemente, la mia vita. Ed è in quello stato d'animo, aperto e leggero, che è arrivato qualcosa che non avevo previsto: l’incontro con Glenda.
Glenda
Nel giardino della nuova casa avevo visto una mamma gatta con tre micro gattini. Subito mi innamorai della più bianca, la più vispa e giocherellona. Più la guardavo e più mi piaceva, ma non ho mai pensato di accarezzarla, né tantomeno di portarmela dentro casa. Amo la libertà soprattutto dei gatti, animali che adoro per la loro sensibilità e intuito
Dopo qualche giorno di scenario da Aristogatti, la famigliola sparisce. Passano quattro, cinque giorni, e inizio a chiedere in giro, preoccupata. Zero, nessuno li aveva visti. Poi, dopo qualche altro giorno, sento un miagolio spaventato sotto il divano in giardino, che sembrava implorare "prendimi, ho fame!". Era proprio lei: quella che piaceva a me, però sola.
Le ho portato un piattino con del latte e l'ha divorato. Ho chiesto alle mie amiche dove potessi trovare cibo per gatti, e da quel giorno l'abbiamo chiamata Glenda.
È stato un incontro molto speciale. Mi guardava negli occhi come se mi conoscesse da tempo, come se fosse tornata proprio per stare con me — come se avesse capito che io ero innamorata di lei.
A quel punto sarebbe stato necessario sterilizzarla, ma non ho voluto: ho sentito il dovere di permetterle la gioia di avere dei figli, ripromettendomi che dopo la prima gravidanza l'avremmo fatta sterilizzare. E così è stato. Sono nati Silvestro — alias Paul Newman — un bellissimo e mastodontico tigrato marrone con la pancia gialla, e la sua sorellina Rosa, tutta grigia, che vive ancora qui con me insieme a Sofia. La terza sorellina, bianchissima, non ce l’ha fatta.
Glenda ed io ci intendevamo profondamente. Siamo stati insieme, in giro per il mondo, fino a tre anni fa — quando l'errore di un veterinario me l'ha portata via.
Oggi Rosa e Sofia sono le mie due gattone affettuosissime, che prima di colazione e cena fanno Ju Jitsu, ma la notte dormono ronfanti nel lettone.
Imparare a salutare
C'è un lato di chi vive all'estero di cui si parla poco: gli amici che vanno e vengono. A Mauritius, come in ogni luogo attraversato da expat, tra business che si aprono e si chiudono, imprenditori stagionali e vacanzieri di passaggio, ho imparato qualcosa che nessuno mi aveva insegnato prima: soffrire per una partenza sapendo che il "ci rivediamo" è sincero ma vago — forse tra sei mesi, forse in un altro continente, forse mai più nella vita.
[Qui: un ricordo specifico di un saluto — una persona, un aeroporto, un'ultima serata insieme, magari proprio a Shotz o sul lungomare. Non serve il nome per esteso se preferisci discrezione: basta il sentimento, reso attraverso una scena, non attraverso una spiegazione.]
È stata una delle lezioni più dure — e più utili — di quegli anni: si possono costruire legami veri sapendo fin dall'inizio che sono a tempo, e non per questo amarli di meno. Forse, anzi, è proprio per questo che si impara ad amarli meglio: con più attenzione, perché sai che il tempo è contato e non lo sprechi.
Mauritius mi ha insegnato a fare le gare di running notturne, a vivere col mare anche quando non mi ricordavo d’averlo a un passo, a cambiare lingua senza accorgermene, ad amare senza garanzie e a salutare senza smettere di volere bene.
Sono le stesse cose che, in forme diverse, mi hanno accompagnata in ogni paese dopo — fino a qui, dove sono oggi.
Questa è la prima puntata di un percorso che racconterà i paesi dove ho vissuto prima di arrivare dove sono oggi.
Perchè il mio approccio è diverso?
Non mi limito a studiare la fiscalità internazionale: la vivo applicata sul campo da quasi 15 anni.
Aver ottenuto la residenza fiscale in 4 Paesi mi ha permesso di trasformare la teoria in esperienza concreta.
Non ho mai dovuto affrontare due trasferimenti di residenza uguali perché ogni progetto aveva obiettivi patrimoniali, professionali, fiscali e personali differenti.
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